Buongiorno, un caro saluto a tutti.

Alle Autorità presenti, al Ministro Giancarlo Giorgetti, ai leader di Partito che hanno accettato il nostro invito, alle amiche, agli amici, alle colleghe ai colleghi, a chi sta seguendo i nostri lavori in videoconferenza, agli ospiti in sala.

Un saluto speciale al Presidente Sergio Mattarella, che ringrazio per il graditissimo messaggio che ci ha fatto arrivare e per averci ricevuto giovedì scorso: un incontro di sostanza e non di cortesia.

Oggi celebriamo un traguardo importante. Proprio a pochi passi da qui, al Palazzo dei Congressi dell’EUR, cinquant’anni fa è nata Confesercenti.

Cinquant’anni che abbiamo percorso, senza mai fermarci, forti dell’entusiasmo e della disponibilità dei nostri soci.

Oggi Confesercenti non esisterebbe se non ci fossero stati, alle origini della nostra nascita, questi imprenditori che hanno messo generosamente a disposizione tempo, risorse, intelligenza, impegno.

Il nostro DNA è fatto dei valori di queste persone. Soggetti attivi e radicati nelle comunità dove operano. Il valore delle imprese da salvaguardare in primis, ma anche una costante presenza sul piano sociale.

Nel 1971, quando Confesercenti è nata, l’occupazione nei nostri settori era il 19% di quella complessiva. Nel 2021, ha raggiunto il 30%.

Le nostre imprese hanno anche contribuito in modo rilevante non solo alla crescita dell’occupazione femminile, ma allo sviluppo dell’imprenditorialità e della presenza attiva delle donne nella società e nella rappresentanza.

Le lavoratrici, dipendenti o indipendenti, attualmente costituiscono il 36% degli occupati nei nostri settori, tra i tassi più alti nell’economia italiana.

Un cammino di crescita che oggi si sposa con quei valori di parità di genere, di inclusione, di sostenibilità che dovranno essere al centro della nostra agenda.

Insomma, in questi 50 anni le nostre imprese sono state decisive nel fare dell’Italia un Paese migliore. Imprese del commercio, del turismo e dei servizi così varie, così vive, così originali, che noi abbiamo l’orgoglio ed il dovere di rappresentare guardando – e questo è il vero tema della sostenibilità – all’Italia delle prossime generazioni.

L’anno del nostro cinquantesimo ci vede ancora impegnati nello sforzo che ci porterà fuori dalla crisi pandemica con il contributo di tutte e tutti, e moltiplicando quei comportamenti di responsabilità e altruismo sociale che stanno caratterizzando buona parte degli italiani.

Tra chiusure e riaperture, difficoltà e investimenti, il sacrificio, il senso di responsabilità, il contributo degli esercenti italiani per la tenuta del Paese in questi due anni è stato esemplare.

È un bene che la crescita dell’economia italiana continui a superare le attese. Il Pil dovrebbe arrivare e auspicabilmente superare il livello pre-pandemia già nel 2022. Ma il percorso, anche se ben avviato, non è privo di ostacoli.

Nei primi nove mesi del 2021, ad esempio, i prezzi delle materie prime industriali sono aumentati del 43%, il petrolio del 55%, il gas naturale del 166%. Un’ondata di rialzi che si ripercuoterà anche su prezzi e consumi.

La maggiore inflazione potrebbe sottrarre, in due anni, 9,5 miliardi di euro di consumi: circa 4 miliardi quest’anno e 5,5 miliardi del 2022.

Anche per questo, la ripresa dei consumi sarà più lenta di quella del Pil. A fine 2022 il volume dei consumi potrebbe rimanere al di sotto del livello pre-pandemico, con uno scarto residuo di circa 20 miliardi.

Un ulteriore fattore che condiziona la crescita dei consumi è la prudenza che le famiglie mostrano ancora nelle loro decisioni di spesa. La perdita di consumi attribuibile alle scelte di maggiore prudenza e risparmio degli italiani è compresa fra i 35 e i 40 miliardi annui.

Questo potenziale va incentivato e rimesso presto in circolazione, per alimentare il motore della ripresa.

A spingere verso la prudenza, il prolungarsi della crisi e l’erosione delle certezze economiche.

La pandemia ha impoverito gli italiani. A fine 2021, il reddito medio delle famiglie sarà ancora 512 euro inferiore ai livelli pre-crisi.

Un calo su cui incide la crisi del lavoro.

Dall’inizio dell’anno, sono stati recuperati solo 340.000 posti di lavoro dei 720.000 persi nel 2020: meno della metà. Per i lavoratori indipendenti, poi, è stata una vera e propria strage: sono 356.000 in meno rispetto al pre-covid.

E c’è un paradosso: nel turismo e nei servizi non si trovano professionalità disponibili. Una domanda di 100.000 lavoratori da parte delle imprese che non trova risposte.

Si tratta di un ulteriore ostacolo per la nostra macchina del turismo.

Se il turismo interno lancia segnali positivi, infatti, le prospettive di una ripresa piena delle presenze internazionali sono invece ancora da definire.

L’Italia, per la lotta contro la diffusione della pandemia, è oggi una enclave sicura, ma tutt’intorno la situazione è ben diversa.

Eventuali nuove restrizioni, soprattutto nei Paesi di origine dei flussi turistici dell’Italia, potrebbero far mancare alle strutture ricettive del nostro Paese circa un milione di pernottamenti.

Nonostante questo, nel mondo c’è voglia della destinazione Italia.  E noi dobbiamo arrivare preparati all’appuntamento della ripartenza del turismo, che è un asse fondamentale per il futuro del nostro sviluppo economico.

Dobbiamo investire nella digitalizzazione complessiva del sistema-paese, nell’impulso al trasporto ferroviario veloce e locale, nella riqualificazione anche delle medie stazioni, in aeroporti moderni, e nella “svolta green”, per un turismo sempre più di qualità.

Dalle risorse del PNRR deve arrivare finalmente la svolta per un turismo italiano sempre più competitivo.

È un settore che va sostenuto con forza, favorendo i canali di apertura anche per i viaggi all’estero, con corridoi sicuri. Il blocco attuale sta avendo un impatto gravissimo sul turismo organizzato, dalle agenzie di viaggio ai nostri tour operator.

Le risorse del PNRR rappresentano anche un’occasione unica per ridurre il divario nord-sud. Ma certo il PNRR, da solo, non risolverà ogni problema.

L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto ci spinge infatti a lavorare, tutti, per un futuro migliore, partendo dalle grandi riforme, fondamentali per il Paese.

Ad esempio, quella degli ammortizzatori sociali e del lavoro.

Va creata una strategia che consenta, da un lato di ridurre il costo del lavoro, dall’altro di proteggere chi lavora.

La riforma degli ammortizzatori sociali proposta dal Governo è invece contradditoria rispetto alle previsioni di politica economica. Stimiamo che, per il solo settore del terziario, porterebbe ad un aumento di quasi 600milioni di euro delle contribuzioni, con aliquote triplicate.

Che senso ha prevedere un aumento così rilevante, il cui peso ricadrebbe quasi completamente sulle PMI dei nostri settori?

Un aumento inoltre del tutto ingiustificato, visto che nel quadriennio 2016-2020 il nostro fondo di integrazione salariale ha presentato un attivo di quasi 2 miliardi di euro.

Anche sulle politiche attive manca ancora un riferimento alla formazione delle imprese.

Il fondo nuove competenze va rafforzato. Occorre maggiore flessibilità per le assunzioni a tempo determinato.

Vanno detassati i futuri aumenti contrattuali, non introdotti salari minimi.

Bene la riforma fiscale. C’è molto da fare.

Gli 8 miliardi destinati dalla legge di bilancio ad alleggerire la pressione fiscale costituiscono una base di partenza molto ridotta. E non è ancora chiara la fase due: non è ancora definito come saranno ripartiti. Si tratta di una questione fondamentale.

La riforma fiscale è una delle riforme abilitanti per innescare la trasformazione e il rilancio del Paese.

Va alleggerito il peso del fisco su famiglie ed imprese. Ma dobbiamo correggere anche un federalismo fiscale che è stato attuato in modo distorto.  La gestione dei tributi locali, ad esempio, deve essere completamente rivista.

L’inasprimento della tassazione locale ed il ritorno alle tariffe 2019 sarebbero esiziali per tantissime attività del terziario e del turismo, con un maggiore onere per le imprese di circa tre miliardi di euro.

È necessario, invece, lavorare per creare certezze e non solo dal punto di vista fiscale.

In particolare, la sentenza del Consiglio di Stato sugli stabilimenti balneari è un intervento dirompente che rigetta nell’incertezza più profonda 30mila imprese.

La proroga delle concessioni solo fino al 31 dicembre 2023 è un termine troppo ravvicinato, che creerà caos e farà crollare gli investimenti.

Le imprese hanno bisogno di sapere già domani quello che accadrà fra due anni.

Serve una riforma, non un colpo di spugna.

Va dato respiro e continuità alle attuali concessioni spostando in avanti i termini, con un congruo intervallo temporale e nuove regolamentazioni in materia, rendendole però note da subito.

La mancanza di una certezza normativa per le Concessioni degli stabilimenti balneari e per le concessioni del commercio su aree pubbliche ha già prodotto in entrambi i settori preoccupanti processi involutivi. Non si fanno investimenti, si rinuncia a processi innovativi.

Ma possibile che quando si parla di concorrenza non la si faccia mai contro chi davvero detiene posizioni di privilegio e condizioni vantaggiose? Ad esempio i grandi players dell’online?

Anche questo è un tema che vorremmo vedere approfondire.

Grazie anche alla spinta della pandemia, lo shopping on-line è entrato in tutte le case degli italiani. Le imprese del commercio, del turismo e dei servizi, ma più in generale di ogni settore, risentono dell’avvento sempre più invasivo dei canali on-line.

Nel corso degli ultimi dodici mesi, le vendite online sono cresciute ad un ritmo 7 volte superiore a quello complessivo. Un aumento strutturale del 40%, a discapito delle forme tradizionali.

C’è urgente bisogno di definire un quadro di nuove regole che rendano il retail on line non un agente distruttore degli esercizi di vicinato ma un canale integrato con la rete fisica.

Le tecnologie, se bene utilizzate, possono essere le migliori amiche del commercio e della sua meravigliosa varietà di esercizio, che è garanzia non solo di prosperità, ma di pluralità e democrazia commerciale.

Per i giganti del web arriverà la minimum digital tax, ma non prima del 2024. Già il nome non ci piace molto.

Dubitiamo inoltre che basti a riequilibrare il divario fiscale fra chi opera nel fisico e le grandi piattaforme internazionali dell’on-line.

Negli esercizi fisici un miliardo di fatturato genera 49 milioni di imposte versate in Italia. Nelle grandi piattaforme lo stesso importo ne genera solo 10 milioni.

Tradotto, gli esercizi fisici, a parità di fatturato, danno un contributo alle casse dello Stato quasi cinque volte superiore.

Una sproporzione che a nostro avviso costituisce un chiaro elemento di distorsione della concorrenza.

Parlando di squilibri, è necessario intervenire anche sulla lentezza della giustizia amministrativa, che è uno dei fattori che penalizza maggiormente la competitività dell’economia italiana.

Meno efficiente è la giustizia più sono svantaggiate soprattutto le piccole imprese, perché più difficile è l’accesso ai finanziamenti

Le banche sono infatti più propense ad erogare finanziamenti se la giustizia è in grado di garantire una maggiore protezione del credito.

E a proposito di credito: per le attività, in particolare quelle micro e piccole, riuscire ad ottenerne è diventato un esercizio arduo. Dal 2017 ad oggi mancano all’appello per le micro e piccole imprese 50 miliardi.

Si dia più disponibilità di azione ai Consorzi fidi, favorendone la patrimonializzazione.

Diamo alle imprese non restrizioni, ma opportunità.

Eppure, dopo il Cashback e la lotteria degli scontrini, scatta l’ulteriore restrizione sull’utilizzo dei contanti.

Ben venga un minore uso del denaro fisico, ma lo si faccia seguendo l’unica via maestra da intraprendere: la riduzione dei costi per l’accettazione della moneta elettronica.

Occorre investire risorse nel sostegno all’imprenditorialità. 

L’Italia è da sempre considerata la culla delle imprese: piccole ma vitali, varie, integrate con il territorio. Un bene per il nostro Paese.

Ma ora la cultura di impresa va sostenuta. Negli anni del Covid, infatti, la nascita di nuove imprese è crollata. In 18 mesi di pandemia ne abbiamo registrato una denatalità di oltre 75mila. Ma già nell’era pre-pandemica la vita media del 50% delle nuove imprese non superava i tre anni.

Proprio per questo Confesercenti si prepara, si organizza, si candida per essere un generatore ed un rigeneratore delle imprese.

Un tutor che seleziona, forma, accompagna ed aggrega.

Proponiamo al Governo – e ci rendiamo disponibili a partecipare con nostri capitali – la creazione di un’agenzia per il sostegno dell’impresa di vicinato, delle imprese diffuse.

Una collaborazione Pubblico-Associazioni di imprese. Con un obiettivo ambizioso: rigermogliare, ridare forza ed energia alla cultura di impresa.

E Confesercenti, con la propria rete di imprese, con il proprio PNRR, con la propria organizzazione, si candida e si pone al centro di un processo e progetto di sostegno dell’impresa diffusa.

Per un tessuto di imprese moderne, efficienti, capaci di dare ricchezza e lavoro, ma anche in prima linea sui grandi temi del nostro tempo.

La rigenerazione urbana passa anche dalla costruzione e dal radicamento di imprese del commercio, del turismo e dei servizi che hanno non solo un cuore green, ma lavorano green.

Nella fase più difficile del lockdown abbiamo svolto un ruolo di ammortizzatore: attenuando le tensioni sorte a causa delle difficoltà delle imprese dell’interpretazione dei vari DPCM.

Un lavoro tutt’altro che facile, di cui andiamo orgogliosi.

Un’agenzia, come quella che ipotizziamo, ci sarebbe stata utile.

Per questo, con vigore e convinzione, chiediamo al Governo ora di sostenere il nostro progetto.

Dobbiamo dare vita ad imprese efficienti, preparate, integrate con il territorio, rispettose dell’ambiente.

Per i prossimi quattro anni, mi impegno a promuovere ogni anno una proposta di Legge di iniziativa popolare e un confronto costante con partiti e Istituzioni.

La prima sarà proprio la proposta di legge per “l’agenzia a sostegno delle imprese di vicinato”.

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